Progetti

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We Culture – progetti

In corso

 

Presenza Luce Respiro  nos ombres

Nell’affascinante sede della Casa del Mantegna We Culture, insieme alla  Andrea Tardini Gallery, presenta la mostra Presenza Luce Respiro dedicata all’artista francese Christelle Labourgade (16 settembre-15 ottobre).

Il contributo di We Culture nell’ambito della mostra si articola nell’ideazione del percorso espositivo in linea con i principii dell’associazione, nella promozione dell’opera  nos ombres come opera migrante e nella progettazione degli incontri dell’artista con studenti e visitatori.

Il percorso espositivo

Il percorso è pensato per accompagnare il visitatore verso una profonda comprensione del lavoro di Christelle Labourgade partendo dall’aspetto umano :  facendo emergere la materia, fisica e emotiva, di cui sono costituite le opere, attraverso le parole dell’artista stessa; privilegiando l’utilizzo della sua lingua madre, il francese, con traduzioni in italiano.

All’interno delle sale l’artista, attraverso la sua voce narrante e nella sua lingua, parla al visitatore delle sue opere, legate da un fil rouge : il diritto all’esistenza di ciascun essere umano.

La prima parte del percorso compone una sintesi ordinata di temi e tecniche cari all’artista, per poi mostrare il turbamento che segue agli avvenimenti drammatici che nel 2015 scuotono l’Europa a partire da Parigi e introdurre così la potente nos ombres, cui è dedicata una sala intera, accompagnata dalla bellissima poesia di Laurent Gaudé che ha contribuito a ispirare.

Dopo nos ombres, inizia la seconda parte del percorso, nella quale si mostrano, sotto la guida dell’artista stessa, gli “ingredienti” delle sue opere: le esperienze vissute, i libri letti, i viaggi, l’utilizzo dei pigmenti in relazione alle emozioni, i riferimenti visivi della sua infanzia e le sue prime opere su un video in loop.

Nell’ultima sala l’artista lascia il visitatore con un messaggio, che riassume il fil rouge della mostra restituendo speranza e dignità a ciascun essere umano:

Tutto non è altro che una questione di posto, di legittimità a essere.
Se questo posto viene, disprezzato,
distrutto, tolto ad un essere umano o ad una nazione, allora accadono i drammi umani peggiori.
Io non ho mai avuto il mio posto. Alcuni dicono che sono nata in un grido di rivolta e di amore. Solo il disegno apriva le porte di un mondo che voleva me. Il
disegno e la notte. La notte dava i neri dei miei disegni.
La solitudine era il mio
cappotto, l’errare la mia patria. Il mio unico asse, la mia bussola
era la bellezza. Era la mia ossessione da piccola, sentivo
dentro di me che non dovevo allontanarmi da lei.
In Italia ho
scoperto la forza muta della storia che attraversa i muri della
città. Le pietre stanno in silenzio eppure la storia parla; i livelli
della storia si sovrappongono e creano dei quadri magnifici.
Ho
poi capito che ogni essere umano lascia nel mondo una traccia
di se stesso, qualunque sia. Questo lo giustifica nell’essere. E gli
permette di scrivere in questo mondo la più bella delle storie.
La
propria.

 

nos ombres, opera migrante

L’opera non ha collocazione presso alcuno spazio espositivo, la sua peculiarità è l’essere migrante : porta il suo messaggio, che è insieme grido e speranza, di luogo in luogo.
Già esposta a Paris 9ème, Mantova è la seconda tappa di un cammino ancora da scrivere.
L’associazione We Culture promuove questa tappa del percorso e quelle a venire.

 

Incontri con studenti e visitatori

OBIETTIVI PRINCIPALI
-PRESENTARE IL RUOLO CONCRETO ASSUNTO
DALL’ARTE NELLA VITA DELL’ARTISTA : MOTIVAZIONI E
IMPLICAZIONI DELLA SCELTA DI IDENTIFICARE SE STESSI CON LA
PROPRIA ARTE E ESPRIMERSI ATTRAVERSO DI ESSA
-FAR CONOSCERE I PRESUPPOSTI EMOTIVI DELLA
SCELTA DI COLORI , TECNICHE E SOGGETTI DA PARTE
DELL’ARTISTA
-ACCORCIARE LE DISTANZE PSICOLOGICHE TRA L’ARTISTA E I
VISITATORI , PROPONENDO IL SUPERAMENTO DELLA DIFFUSA
CONCEZIONE DEGLI ARTISTI COME PARTE DI UN’
ÉLITE


SVOLGIMENTO E CONTENUTI
-VISITA DELLA MOSTRA GUIDATA DALL’ARTISTA :
CHRISTELLE PARLA DEI SUOI RIFERIMENTI VISIVI E DI EPISODI
LEGATI ALLA SUA VITA, STRETTAMENTE CONNESSI ALLE SUE
OPERE.
ALCUNI EPISODI SONO RACCONTATI ANCHE NEL SUO LBRO.
DERRIERE LA TOILE, (DIETRO LA TELA) DI CUI ABBIAMO A
DISPOSIZIONE ALCUNE COPIE IN FRANCESE.
CHRISTELLE DIALOGA CON STUDENTI E VISITATORI SULLE TECNICHE
USATE E I SOGGETTI RAPPRESENTATI IN RELAZIONE ALLE SUE
EMOZIONI
– LABORATORIO PRATICO SU UN ASPETTO TECNICO A SCELTA, CON
LA POSSIBILITA’ DI FAR INTERAGIRE L’ARTISTA CON I PARTECIPANTI
RIUNITI IN PICCOLI GRUPPI

 

APPROFONDIMENTI

Percorso sala 1-4  Presenza Luce Respiro

Accanto a una serie di rappresentazioni di figure evanescenti che emergono impercettibilmente dallo sfondo, quasi sussurrando la loro presenza su grandi campiture di colore intensamente vibranti, si afferma con forza nos ombres, enorme disegno su carta di quasi 3 metri per 6, raffigurante una colonna di migranti che nell’incedere emergono dalle tenebre, quasi scolpiti nella luce. L’opera rappresenta una svolta nel percorso artistico di Christelle che, nel 2016, decide di tornare a Parigi dopo una lunga e terapeutica residenza veneziana, per non restare indifferente agli sconvolgimenti epocali che travolgono l’Europa a partire dalla sua città.

“Venezia mi ha dato il respiro, ora è arrivato per me il momento di ritornare, pennelli e matite alla mano, come una guerriera.
Perché Parigi è tornata a essere la scena degli attori che si chiamano Libertà, Uguaglianza, Fraternità.”.

Così Christelle, dopo una serie di opere realizzate con il carboncino raffiguranti cupi paesaggi urbani e figure di clochards quasi fagocitati dai marciapiedi e dall’ipocrisia, realizza nos ombres, utilizzando il carbone, simbolo di distruzione e rinascita, per rappresentare, con postura decisa e contorni definiti, i rifugiati che sono al centro delle cronache e che lei sente come vive presenze al suo fianco.

Percorso sala 5-7 Presenza Luce Respiro

Mi sono serviti mesi di ricerca, di osservazione e di assorbimento di
testimonianze sconvolgenti
sull’ultima speranza del clandestino.
Mi è servito il racconto indimenticabile del viaggio di Fabrizio Gatti all’interno di
questo dramma umano
(Bilal. Sulla rotta dei clandestini).
Mi sono servite queste innumerevoli foto selezionate, scattate al momento
dell’esodo o degli esilio, ai quattro angoli della Terra e della nostra storia
terrestre.
Queste foto cui mi sono liberamente ispirata per tentare di ricomporre e di
immortalare l’istante, l’immagine di questa strada della speranza e di coloro
che la popolano.
Perché sono centinaia, migliaia e ancor di più. Li si crede anonimi, cancellati,
invisibili o dimenticati, a forza di dissolversi in queste folle che camminano in
maniera identica.
Ho cercato i loro sguardi, fermato i loro gesti e isolato le loro posture. Qua e là
hanno srotolato il drappo della loro storia e là hanno preso corpi e volti.
Quelli di un’umanità potente e fragile, degna e in cammino.
E anche se ho coscienza di avere solamente sfiorato la realtà da incubo che
vivono questi esseri in esilio, non posso che esprimere la mia immensa
gratitudine nei riguardi di questi fotografi, scrittori e giornalisti coraggiosi,
senza i quali niente del mio lavoro sarebbe stato possibile
Non mi sono mai considerata una pittrice.
Semplicemente, mi isolavo.
Lasciavo il mondo che mi circondava, me ne estraniavo.
Gli anni passavano e questo sentimento cresceva, mentre io
retrocedevo, fin quasi a scomparire.
I colori danzavano e io li mettevo su carta. A volte non c’era che il nero.
Ho lasciato Parigi e la sua gamma di grigi molto presto, in cerca di una
risposta al senso della mia vita terrena.
Sono andata a intingere i miei pennelli nei mari del sud, per
apprenderne il colore proprio là dove urla.
Sono passata dall’altra parte dell’orizzonte, in pieno Oceano Indiano, su
una piccolissima isola vulcanica.
Da un lato blu di tutti i tipi si distendevano per 500 km prima di toccare
le coste dell’Africa, dall’altro diversi verdi rivestivano un vulcano di 2500
metri d’altezza.
Una luce dorata lo drappeggiava alla fine di ogni sua giornata.
La pietra vulcanica contrastava con tutti i colori ed è stato là che si sono
rivelate ai miei occhi l’importanza del colore nel nero e l’importanza del
nero nel colore.
Il pastello divenne essenziale. E il colore apparve.
La notte diventava blu e appresi il colore attraverso le patine del legno
delle vecchie barche o dalla ruggine depositata su vecchi oggetti.
La traccia e il tempo che passa. Memoria d’oggetti.
E poi fu l’Africa.
Tutto si aggiungeva alla mia pittura : gli odori, lo spessore dell’aria,
l’atemporale e il futile.
Ogni essere che incrociavo lasciava in me un’impronta, che io buttavo
fuori sotto forma di emozioni.
La mia tavolozza si arricchiva di tinte e materie, la luce cancellava
gradualmente le ombre della notte.
Per la prima volta figure umane appaiono sui miei quadri, nella
vibrazione che la polvere del cielo emette intorno a loro.
Dai diversi Paesi ho ricevuto una tavolozza calda di marroni, di rossi e
aranci, e una tavolozza fredda di blu e verdi.
Ma mi manca la luce ed è in Tunisia che la trovo. Laggiù grida così forte
il suo biancore che non lascia alcuno spazio all’ombra.

La trovo infine in Francia, dopo tanti anni di mal di vivere.
Ho scelto Marsiglia perché è un trait d’union tra l’Africa, che amo tanto,
e il mio Paese d’origine.
Il suo centro è come un ventre che accoglie le viscere dell’umanità.
È là che incontro l’ombra.
Sono anni neri, cupi, nei quali la ricerca della luce acquista tutto il suo
senso.
Da queste tenebre emerge gradualmente la luce e fa della speranza uno
stendardo.
Prende la mia vita, prende la mia pittura, diviene grido.
La solitudine è il mio rifugio.
Il canto ripara quello che il grido strappa.
È Venezia a riparare ciò che è ammaccato.
Come un ventre materno, mi avvolge e mi protegge dal mondo.
Avevo ormai i neri e i colori, e avevo anche la materia.
Avevo la luce e l’ombra. Venezia mi aveva donato il fiato di colui che
riprende a respirare

 

Poesia La Colonne, Laurent Gaudé, in lingua originale

La colonne
Quand avons-nous commencé
A n’être plus
Que foule,
Masse,
Groupe sombre de visages et de mains ?
Quand
Avons-nous perdu ce qui nous donnait lumière et vie ?
Nous avançons les uns derrière les autres, attendons
Les uns contre les autres, dormons
Les uns
Sur les autres,
Si proches, les uns
Se toussant sur les autres,
Si serrés
Les uns les
Autres à n’en faire plus
Qu’un au milieu des
Autres.
Maudite colonne
A chaque pas,
Nous sentons ton souffle
Qui est le nôtre.
Enfants et valises au bout des bras,
A ne plus savoir lesquels sont à nous.
Quand sommes-nous devenus cette chose
Qui fait se fermer les portes et les visages ?
A notre passage, le jour tombe
Et le froid se réjouit de mordre.
A notre passage,
On s’écarte,
Le malheur passe
Et sourit
Car nous sommes son armée.
Quand avons-nous commencé à n’être plus que cette entité floue
Plus grosse qu’une famille, moins forte qu’un peuple ?
Colonne d’ombres éparses,
Ou serrées, selon qu’il faut marcher le long d’une route
Ou se presser devant un camion qui distribuera du chaud – soupe ou couverture…
Colonne d’ombres
Encombrée,
Timide presque dans ses gestes.
Les hommes n’ont jamais porté les enfants avec tant de patience.
Les regards n’ont jamais parcouru les paysages avec tant d’indifférence.
Nous nous retournons parfois,
Avec toutes nos têtes,
Sur la date lointaine de notre départ
Et nous le sentons :
Malgré tous nos efforts,
Marcher ne nous a mené nulle part,
Ni supplier,
Ni forcer notre courage.
Nous errons sur les routes,
Nous piétinons dans des camps.
Quand sommes-nous devenus si silencieux
Et si dociles à la peine ?
Nous sommes arrêtés,
Dans nos vies, nos cœurs,
Arrêtés blessés.
Quand quitterons-nous la nécessité ?
Aurons-nous des noms à nouveau, des histoires, des voix ?
Aurons-nous de l’espace autour de nous et un avenir au bout de nos pas
Ou sommes-nous condamnés encore pour longtemps à la cohue des corps
Et à l’haleine partagée ?
Un jour viendra, nous le savons,
-Nous nous le répétons comme une prière cachée au creux des jours-
Où la colonne disparaîtra.
Peut-être pas pour nous, mais pour ceux que nous tenons serrés dans nos bras.
Un jour viendra
Où nous ne lui appartiendrons plus,
Où nous serons hommes et femmes libres à nouveau.
Nous le murmurons à nos enfants :
Un jour viendra où ils retourneront à la vie.
Enfants des routes de l’aube et des feux de camp au crépuscule.
Ce jour-là, ne les regardez pas avec compassion,
Ne leur tendez pas la main avec des sourires d’aumône,
Car ce jour-là, ils seront princes sur terre,
Plus grands que vous,
Silencieux et souverains
Portant dans leur regard
A jamais
La lumière étrange et forte de ceux qui furent éprouvés,
-Et dans leur dos,
La colonne de murmures et de peines
Lointaine comme un souvenir qui s’efface,
La colonne
Dont ils auront su se libérer.
Laurent Gaudé
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